Il Paradosso della Piazza

Opinioni

Un’interessante metafora — o addirittura perfetto isomorfismo — della situazione comunicativa nella nostra contemporaneità è data dal paradosso della piazza.

Immaginiamoci, appunto, una grande piazza, intesa come luogo dove sono presenti contemporaneamente numerose persone. Queste persone stanno, come ovvio, parlando del più e del meno tra di loro, e producono un evidente rumore di fondo diffuso in tutto lo spazio circostante. Che cosa è portato a fare istintivamente un generico individuo all’interno della piazza per farsi sentire da tutti? Ovviamente, la prima cosa che gli verrà in mente sarà di alzare la voce e dire quello che ha da dire. Immaginiamoci però — piuttosto ragionevolmente — che questo individuo non sia l’unico a voler dire la sua a tutti, e che quindi ce ne sia un secondo che a un certo punto si mette a sbraitare a tutto spiano; e poi un terzo, un quarto, un quinto, e così via… Qual’è il risultato finale di un meccanismo del genere? Semplicemente, il volume del rumore di fondo aumenta. La logica sistemica ci viene dunque a dire che siamo di fronte a una dinamica di rinforzo vizioso: se l’aumento di A (volume del rumore di fondo) porta all’aumento di B (volume della voce dei singoli attori che vogliono farsi sentire), e l’aumento di B porta all’aumento di A, significa che A aumenta sé stessa al suo aumentare! Già dal secondo passaggio, questi “individui che vogliono farsi sentire da tutti” dovranno alzare ulteriormente la voce, innescando una reazione a catena che porterà la piazza ad essere sempre più rumorosa, fino a raggiungere il livello massimo oltre il quale i medesimi perderanno letteralmente la voce e non potranno più dire nulla neanche bisbigliando.

Questo paradosso è un caso classico che in economia e in teoria dei giochi (specialmente in ambito di teoria dei contratti) chiamiamo “selezione avversa”, cioè quella scelta che istintivamente il singolo attore del sistema attua per risolvere un problema, con l’unico risultato di peggiorarlo; il tutto, per giunta, con un effetto di escalation direttamente proporzionale al grado di testardaggine dell’attore stesso nel continuare a seguire la via globalmente peggiore.

Ebbene, il nostro scenario comunicazionale è esattamente lo stesso: una piazza chiassosa dove i singoli attori mettono in atto strategie che portano ad aumentare il chiasso generale. Se a questo aggiungiamo che la gran parte degli attori è costituita da grosse accumulazioni di potere — cartelli, strutture societarie di monopolio, reti di mafie, etc… — che possono allestire corposi impianti di amplificazione per zittire i pesci microscopici, ma non certo i concorrenti, il gioco è fatto. Siamo nel bel mezzo di un caos così ordinato e monotono da identificarsi in un unico, mastodontico, altissimo rumore bianco, talmente alto da averci ormai da tempo rotto completamente i timpani.

Questo scenario necessita di procedure innovative e sostenibili che sappiano scardinare antiche abitudini e automatismi. Le etichette e gli hashtag del presente possono costituire strumentazioni della consapevolezza di ciò che ci circonda, ma non possono decidere al posto nostro. La cultura di rete non può essere tale da farci rimanere imbrigliati nella rete stessa.

L’idea di una “svolta soft” punta a questa nuova filosofia. Cosa puoi fare in modo soft? In che senso la progettualità viene prima di ogni struttura atta a contenerla e veicolarla? In che direzione la creatività può essere effettivamente quella che è, senza pastoie e mediazioni istituzionalizzate e burocratizzate fino al parossismo?

Le risposte a tutto questo discendono dalla capacità che avremo di riconnettere reti virtuali e reti reali in un’economia di prossimità che possa procedere per relazioni contigue, territoriali, basate su sguardi e non solo su like, su sensazioni fisiche e umane e non su risate registrate in una sit-com prodotta in serie da menti tanto abili quanto tristi e omologate.

Dobbiamo connettere intelligenze che oggi non comunicano tra loro. Dobbiamo riconnettere il passato al futuro per capire e gestire il presente. Dobbiamo ritrovare percorsi multidisciplinari originali. Dobbiamo, in estrema sintesi, declinare seriamente e non oziosamente il verbo creativo.

Altrimenti ci ritroveremo sordi e senza voce.

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