Creatività, Informazione, Disinformazione e Non Informazione

Opinioni

Premesse

Cosa può dire la creatività in fatto di informazione?

Se la creatività viene intesa come metodo per pensare in modo più ampio ed efficace, credo ci sia poco da fare: l’informazione che vige — o addirittura impera — nel presente, specie italiano, cioè in un contesto sempre più lottizzato e diretto dall’alto, è espressione di quanto meno creativo di possa essere. O meglio: la (cosiddetta) informazione può apparire (ed è) molto ben confezionata, colorata, accattivante e vistosa, ma nasconde quasi sempre o una manipolazione intrinseca, o un dirottamento dell’attenzione a dettagli futili che evidentemente distraggono dalle vere problematiche, o molto più spesso un’intrinseca inesistenza di quelle caratteristiche che renderebbero effettivamente informativo il racconto presentato dai media.

Insomma, l’informazione troppo spesso non esiste, o più precisamente viene spacciato per informativo un dato che informativo non è. Partendo infatti dal ragionevole presupposto che siamo informati di qualcosa quando quella cosa non la possiamo né sapere già, né ipotizzare, cosa possiamo dire del 99% delle dichiarazioni dei nostri governanti? Che ci informano veramente di qualcosa?

Ormai è un dato di fatto. Più l’informazione è “globale”, e più essa si piega alle logiche del puro intrattenimento. Non è più un dato utile, ma solo un frammento di spettacolo. Cosa possiamo dire infatti di persone che ascoltano dieci telegiornali al giorno e non leggono neppure un libro?

Se un premier afferma che la lotta contro il terrorismo deve vederci tutti uniti, ci dice forse qualcosa di realmente informativo? Avrebbe forse potuto dire che la lotta al terrorismo si compie fregandosene altamente delle politiche comunitarie e delle reti informative tra paesi? La risposta è ovviamente negativa. Lo stesso vale per le dichiarazioni di chi è all’opposizione (e viene pagato profumatamente per dire esattamente il contrario di ciò che dice l’avversario). Eppure, nonostante la nostra politica interpreti sempre un perfetto teatrino stile gioco delle parti, l’output verbale di quelli che consideriamo nostri rappresentanti è costantemente un dire alla gente quello che la gente vuole sentirsi dire e di fatto ha già preconfigurato nella sua mente.

Pensiamo alle sit-com statunitensi. Se di sottofondo non ci fossero le risate registrate, le battute farebbero poi così ridere? La stessa cosa vale per l’informazione, che noi chiamiamo tale esattamente come chiameremmo hamburger un ammasso senza sapore venduto come carne in un fast food.

Informazione creativa

La vera informazione dovrebbe individuare nuove strade del pensiero, scandagliando settori effettivamente scomodi, stridenti, innusitati, o anche solo originali e del tutto imprevedibili. La vera informazione, in altre parole, dovrebbe avere come protagonista la mente del soggetto informato. Ovviamente un’informazione di questo genere non potrebbe mai essere effettivamente ufficiale e popolare (in senso mass-mediatico). La ragione è semplice: un’informazione così delineata rischierebbe di essere effettivamente informativa, e permetterebbe alla gente di tornare a pensare con la propria testa, valutando in prima persona. Questa cosa genererebbe fenomeni che il potere costituito — quello dei vitalizi d’oro a senatori con la terza elementare — non riuscirebbe a controllare.

Una vera informazione dovrebbe passare, al contrario, attraverso l’incontro diretto della gente, lo scambio frontale, il racconto di esperienze che possano citare dati rintracciabili e fatti concreti.

Un’informazione di questo genere, per sua natura “a chilometro zero” (un’espressione che oggi risulta tanto di moda, spesso a sproposito), riporterebbe la gente in piazza, ma non per agitare vuote bandiere, bensì per individuare reti virtuose di dati utili e, appunto, informativi.

Siamo certi che la cucina vegana sia ipocalorica? Siamo certi che basti una stelletta rossa per avere la garanzia che chi la espone porti avanti uguaglianza e democrazia? Siamo certi che per essere una vera donna bisogna per forza amare il vino rosso, i tacchi a spillo e gli show stile pride-village? Siamo certi che gli sceneggiati della RAI degli anni settanta abbiano un linguaggio improponibile rispetto a quelli prodotti oggi? Siamo certi che un adolescente debba essere per forza omologato, forte solo nel gruppo e vestito solo con jeans e scarpe di firma? Siamo certi, cioè, che l’intera nostra esistenza non sia diventata un colossale contenitore di etichette che ci rendono sempre più asserviti al volere di forze invisibili?

Ho riflettuto su un’interessante suggestione linguistica. Il termine “informazione” sembra essere scomponibile (in misura fonosemantica e non etimologica, of course) in qualcosa del tipo ciò che mette in forma l’azione. Mi piace vederla in questo modo: la vera informazione ci offre un suggerimento per agire, e non per restare seduti su un divano e incollati davanti a un televisore.

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