In che Senso un Problema Mal Definito è una Maschera del Malaffare?

Quante volte avete sentito — da politici o leader autoproclamatisi tali — espressioni del tipo “il problema è che…”, “il vero problema”, “noi abbiamo un problema”, e via discorrendo? Tante, suppongo. Ebbene, a fronte di questo automatismo espressivo vi siete mai indignati? Vi siete mai chiesti se l’oratore di turno sbagliasse eventualmente (e in modo madornale) a monte, cioè nella sua definizione stessa di problema, piuttosto che a valle, nell’individuazione di tale (presunto) problema?

Mi spiego meglio. Ora, se è certamente vero che esistono abbastanza ragionevolmente dei problemi che coinvolgono un po’ tutti (anche se mi permetto di dire che l’impatto di un problema definibile come comune risulta piuttosto diverso da soggetto a soggetto), possiamo dire che un sistema complesso di qualsiasi natura — per esempio, come nei casi più frequenti di cui evidentemente parliamo, un paese, una regione, una città, una collettività generalizzata o simili — sia così spesso caratterizzato da singoli problemi che tutti dovrebbero definire come tali? A mio modesto avviso non solo la risposta è nettamente negativa, ma il continuo generalizzare e riferirsi a tale “superproblema” di tutti (la cui risoluzione dovrebbe dunque rendere felici tutti indistintamente) è forse la più grande arma nelle mani del populismo politico, che punta a massimizzare il bacino elettorale facendo discorsi che vadano bene un po’ a tutti; a tutti quelli che, cioè, nella vita reale, sono in realtà in ovvio e palese conflitto concorrenziale.

Facciamo qualche esempio concreto. Secondo voi il problema della corruzione costituisce un problema per le mafie, per quelli che intascano tangenti, per il tanti politici, direttori sanitari, senatori, parlamentari, che attraverso raccomandazioni e malaffare diffuso godono di ricchezze spropositate e privilegi? Secondo voi non esistono bellissimi bambini, ma anche bellissime ragazzini che studiano alle superiori o all’università (dunque elettori) che godono della pecunia di padri che producono armi, inquinano in industrie che pagano la mazzetta e fanno l’esatto contrario di quello che l’illuminata scuola pubblica vorrebbe insegnare attraverso un corpo docenti sempre più precario e nevrotico? Se determinate lobby finanziarie e gestionali girano soldi ai propri capi e capetti — si pensi per esempio a quei bandi che un tempo venivano gestiti direttamente dalle istituzioni nazionali e regionali, e ora sono stati dirottati all’arbitrio di fondazioni bancarie dai discutibili consigli d’amministrazione, che puntualmente girano risorse ai propri amici attraverso reti di associazioni, circoli e altre scatole cinesi — di chi è il problema? Di tutti, o solo di quelli che sono stati banalmente esclusi dai giochi?

La creatività intesa come sistema di risoluzione innovativa dei problemi dovrebbe partire esattamente da questo aspetto, attraverso una semplice domanda da porre sempre quando possiamo effettivamente parlare di problema e quali soggetti coinvolge veramente tale problema?

La verità è che, in Italia come in tutto il mondo, c’è gente che di problemi non ne ha. Ma non finisce qui. Tali personaggi non solo non hanno problemi, ma costituiscono e diffondono il modello principale che la gente segue per non averne a sua volta. Se per esempio parliamo di un problema legato, che so, alla mancanza di democrazia, i diretti interessati, cioè quelli che effettivamente hanno questo problema, si limiteranno a un generale e sterile piagnisteo, mentre la massa — quella che affolla i centri commerciali, che legge solo la Gazzetta dello Sport e che spende lo stipendio per ricostruirsi le unghie — continuerà a seguire i primi, che della mancanza di democrazia hanno fatto una fonte di privilegio. E il sistema è mantenuto nella sua perfetta tripartizione: (1) oligarchie che spendono e spandono, (2) masse che cercando di imitarli in realtà li finanziano, e (3) minoranze che continuano a lamentarsi sperando che un premier metta a posto le cose.

Partendo da questo presupposto procedurale — lo smascheramento definitivo dell’idea di un problema unico che incarna i problemi di tutti — molti falsi problemi verrebbero smascherati insieme ai tanti effettivi problemi che, visti dal punto di vista di altrettanti furbetti e parassiti, sono al contrario cornucopie e alberi della cuccagna.

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