Spegnere (anche per poco) il Web per Riaccendere la Creatività

analogblog

Un mio abbozzo di sketchnote per esplorare il seducente territorio del pensiero analogico nell’era della digitalizzazione onnipresente.

Molte volte mi sono posto la domanda, e cercando sul web mi sono reso conto di non essere l’unico a pormela, anche in ambiti insospettabili. Ma il web unisce veramente le persone, o forse tende a fare l’esatto contrario?

Intendiamoci. Io — blogger da quando esistono i blog — sono indubbiamente un amante del web. Questo è ovvio, o meglio, questo sembrerebbe ovvio, ma oggi come oggi diventa meno ovvio se sovrapponiamo l’affermazione a una seconda affermazione che mi riguarda e che è la seguente: io odio la quasi totalità della cultura moderna, e ne odio soprattutto la caratterizzazione iper-globalizzata, che certamente è stata favorita non tanto dal web, ma dalla sua sostanziale degenerazione dimassa.

Se cerchiamo su un qualsiasi motore di ricerca espressioni tipo analog blog, o analogic blogging, o cose del genere, troviamo molti contenuti piuttosto interessanti, dove sembra che negli stessi Stati Uniti ipertecnologici –- quelli del TED, per intenderci, che generalmente adoro (senza però fare mai di tutta l’erba un fascio) –- ci si stia in parte rendendo conto di quanto la tecnologia oggi dominata dallo standardizzato social networking generi una situazione spesso ben lontana dall’interattività che un tempo sembrava sottesa dallo sviluppo della grande rete.

Ecco uno di questi contenuti…

Eccone un altro…  (Da notare l’eloquente domanda che lo introduce: are we connected?)

Alla luce di queste considerazioni credo di poter costruire un elenco ordinato di concetti piuttosto condivisibili, o comunque di concetti che certamente mi trovano pienamente d’accordo, avendo notato io per primo questa disconnessione dilagante.

Per anni abbiamo vissuto senza web e senza cellulari, eppure non ne abbiamo mai sentito il bisogno in termini di connessione e vicinanza col prossimo

Lo so, questa considerazione sembra essere facilmente attaccabile affermando, a grandi linee, che non possiamo desiderare ciò che non conosciamo. Ma siamo certi di questo? Io non ne sono così sicuro. Anzi, io credo che — atlante storico alla mano — sussista una cronica distanza tra ciò che veramente la società desiderava in una certa epoca storica e ciò che effettivamente ha costruito e sviluppato, necessariamente, lungo le varie epoche successive; epoche che hanno visto la nascita, lo sviluppo, e molto spesso anche la degenerazione o deviazione di questa o quella filosofia, tecnologia o ideologia.

Qualche esempio?

Il Sessantotto sembrava essere il preludio alla potenziale rivolta del vitalismo giovanile e ugualitario contro una borghesia gretta e ipocrita, eppure non fu altro che il capriccio della stessa borghesia, rappresentata semplicemente dalla sua rumoreggiante e indisciplinata prole; una massa, cioè, di figli di papà che volevano la botte piena (del benessere di tipo più post-industriale che socialista) e la moglie ubriaca (di una vacua e informe adesione alla sfrenatezza libertaria).

La globalizzazione ha seguito lo stessa, deviata e ambiguo sviluppo. Dopo il crollo del Muro di Berlino a globalizzarsi sono state infatti le guerre, la disuguaglianza e l’adesione al modello statunitense, applicato in territori dove evidentemente non poteva essere riprodotto pedissequamente.

Insomma, la storia è piena di cose che sono diventate tutt’altro, e il web non è da meno.

Il primissimo web era letteralmente costituito da addetti ai lavori che, attraverso nickname e identità segrete, cospiravano scambiandosi informazioni interessanti nel nome di uno spazio che avrebbe dovuto nascere come libero e legato a quelle che Hakim Bey definiva le zone temporaneamente autonome o le utopie pirata. Oggi come oggi sembra valere il contrario. Avremmo mai immaginato la pubblicità martellante su Youtube? Avremmo mai previsto l’esistenza di fenomeni come quelli di quei noti vlogger che, anche solo scaccolandosi il naso, producono gradimenti record presso oceani di adolescenti, con relativi guadagni stratosferici nel nome di non si sa bene che valore intrinseco e intrinsecamente smerciabile? Direi di no. Il web 2.0 non si è rivelato propriamente il luogo innovativo e originale che qualcuno pensava all’inizio della sua versione 1.0, e questo disarmante sviluppo sembra nonn avere tregua. A dirla in altri termini, siamo noi che usiamo internet o e internet che ci sta usando, in modo peraltro sempre più invasivo? Da queso specifico punto di vista credo che un ripensamento volto ad un uso ben più strumentale del web rappresenti una via estremamente interessante da considerare.

Ciò che vediamo navigando nel web e sugli schermi dei nostri smartphone rappresenta una frazione minima del mondo reale

Mi si dirà che qualsiasi rappresentazione –- ivi compresa quella artistica che risulta congeniale certamente anche a me per ovvie ragioni -– illustra qualcosa “del mondo” (o del pensiero che si può avere del mondo, o di singoli aspetti che l’autore in questione desidera evidenziare) ampiamente in linea con tale squilibrio. Ma c’è un però di proporzioni mastodontiche.

L’opera d’arte non pretende di esaurire il mondo. Di contro, la multimedialità virtuale di massa alla quale assistiamo pretende eccome di “essere mondo”, e diffonde in tal senso numerosi contenuti: modelli di vita, modelli estetici, aspirazioni, capricci, distorsioni della realtà, esagerazioni, etc…

La permanenza di certi individui nel mondo social sembra avere due effetti paralleli, ugualmente nefasti: da un lato si dimentica l’unico mondo nel quale avviene effettivamente l’esistenza individuale e collettiva, vale a dire lo specifico territorio fisico in cui si vive; dall’altro lato si confonde il mondo concreto con quello vacuo ed effimero delle rappresentazioni ormai divenute automatiche nel campo sociale e visuale mediato dal web.

In entrambi i casi qualcuno si sta perdendo qualcosa, e quel che è peggio è che non stiamo parlando di un generico qualcuno, ma di intere masse omogenee che con il loro comportamento trascinano anche gli altri, sottraendo risorse, dirottando altrove attenzioni e politiche istituzionali, chiamando progresso ciò che in realtà è implosione.

Stiamo perdendo la capacità di fare le cose (ergo, stiamo perdendo la creatività)

Uno dei miei compagni di viaggio è stato per un certo periodo Hubert Jaoui, nella cui associazione milanese Createca ho militato durante i primi anni duemila come coach creativo. Sentite cosa dice della creatività, e nello specifico sentite cosa dice degli adolescenti.

Chi comincia a pensare si prepara a disobbedire. La frase, letta al contrario, è l’emblema del nostro presente. Non perché oggi le masse siano meno ribelli o capricciose. Anzi, oggi la trasgressione a tutti i costi e lo sdoganamento di ogni valore sembrano dominare incontrastati dovunque. Il fatto è che queste stesse rappresentazioni sono diventate etichette, dogmi, idoli da seguire pedissequamente e appunto con la massima obbedienza.

Siamo obbedienti all’ultimo modello di iPhone nonostante sia chiaro che viene prodotto solo per generare un’effimera crescita dei consumi. Siamo obbedienti all’idea che una bandiera rossa sia sinonimo di libertà e democrazia. Siamo obbedienti quando identifichiamo — mi si perdoni la franchezza — Fabio Fazio come massimo esponente dell’intelligenza in TV, o Vincenzo Mollica come giornalista di riferimento per cultura e spettacolo, o Il Fatto Quotidiano come testata unica e militante che svela il vero malaffare nel nostro paese.

Anche il web costituisce, con i suoi automatismi, una sorta di terreno ideale per l’omologazione e l’obbedienza, che in questo senso produce soluzioni, tanto dogmatiche nell’applicazione quanto presunte nella funzionalità, per ogni tipo di problema. E l’omologazione, anche in questo caso come in tutti i casi, produce un solo effetto: distoglie l’attenzione da tutto quello che potremmo fare se non assoggettati all’omologazione.

Alcune idee per pensare in modo analogico anche nell’era (e nell’uso) del web globale

Internet stessa — paradossalmente? — è piena zeppa di idee per riconsiderare il web alla luce dell’opportunità di spegnerlo per fare dell’altro. Se il lettore ha compreso il concetto di fondo, il lettore stesso potrà individuare modi e strumenti per riappropriarsi della dimensione fisica e territoriale nel suo profilo di connessione con il prossimo: non per negare il web, ma per ricontestualizzarlo.

Quanto a me, posso dare al lettore alcune idee che da qualche tempo sto applicando con soddisfazione a quello che faccio.

  • Nel (meritevole) best seller Steal Like an Artist l’autore (cult, e a ragione) Austin Kleon suggerisce di usare le mani. Direi che c’è poco da aggiungere: questo libro andrebbe letto.
  • Riprendere a usare la scrittura manoscritta. Tra l’altro, la comunità degli utilizzatori di penne stilografiche è in continua crescita, e aziende come Goulet Pen stanno facendo furori. Motivo? Semplice: la voglia di personalizzare fisicamente il proprio pensiero, tornando alla carta e all’inchiostro colorato.
  • Riprendere a usare la macchina da scrivere analogica. Magari dopo aver dato uno sguardo a siti come The Typewriter Revolution.
  • Portare sempre con sé un taccuino nel quale scrivere le proprie idee. Non sembra, ma funziona. (Negli USA i taccuini della Field Notes Brand sono oggetti di culto.)
  • Basta registratori digitali. Basta maxischermi. Basta computer portatili sulle ginocchia. Un modo molto “sociale” di prendere appunti durante conferenze e simili è rappresentato dalle sketchnote, con carta e penna e nulla più, per raccogliere ed elaborare informazione che può facilmente essere condivisa sia analogicamente che digitalmente.
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