Da Hitchcock Testimonial al Mondo Rovescio: Verso un’Aspra Critica del Ghost Writing

Opinioni

(Questo post è in fondo dedicato al profumo della carta e dei libri. Specialmente di quelli che non troviamo più sugli scaffali delle librerie.)

Qualche tempo fa ho iniziato a collezionare, in una specifica board di Pinterest, alcune particolari copertine di libri. Mi riferisco a una serie editoriale piuttosto in voga negli anni Sessanta e Settanta, che utilizzava come “apri pista” il nome, nonché l’inconfondibile immagine sorniona, di Alfred Hitchcock. (Il reame del fuori catalogo, direi. Manco a dirlo, questo novero di immagini e relative opere cartacee mi ha tenuto compagnia durante l’infanzia e la prima adolescenza. Penso agli anni Ottanta, alle bancarelle libresce, ma anche alle tante librerie di cosiddetti remainders, oggi scomparse quasi del tutto dalle nostre città.)

Queste pubblicazioni seguivano una morfologia piuttosto frequente all’epoca: il personaggio noto di turno — pensiamo solo a Vincent Price e Cristopher Lee — presentava al lettore specifiche raccolte antologiche di racconti di vario genere: giallo, spionaggio, mistero, fino ad arrivare all’ovvio sbocco del gotico, dell’orrorifico e più in generale del fantastico.

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Ebbene, la caratteristica saliente di quasi tutti questi libri in stile “Alfred Hitchcock Presenta…” era molto semplice e comprensibile: a scriverli — o meglio, a raccoglierli, trattandosi appunto di collezioni da altri scrittori — non era stato il noto cineasta, ma altri autori che per ovvie ragioni rimanevano piuttosto difficili da ricordare, non fosse altro che per l’ingombrante presenza di chi ne veicolava l’opera di turno.

Perché parlo di questa fenomenologia? Semplice, perché da tempo voglio scrivere qualcosa sul meccanismo editoriale del ghost writing. Si tratta — lo vedremo tra poco — solo di una somiglianza, ma la medesima mi offre l’occasione di un parallelo credo istruttivo.

Che cosa accadeva nei libri che ho appena descritto? Una dinamica banale. Per vendere, gli editori di turno utilizzavano quello che oggi chiameremmo un testimonial. Un testimonial che però, fate attenzione, occupava solo una copertina e una breve prefazione. Un testimonial, sì, un nome altisonante, che però non impediva all’editore di nominare per esteso colui che aveva di fatto creato o accorpato quella determinata opera letteraria.

Il fenomeno è simile, ma non certo identico a quello del ghost writing.

Ok, gli editori sanno bene che alcuni nomi tirano. E fino a qui siamo tutti d’accordo: l’editore fa i suoi interessi come qualsiasi altro imprenditore. Ma l’esito culturale del ghost writing, cioè della prassi di attribuire al tale personaggio famoso un’opera letteraria o saggistica che in realtà è stata scritta da un altro, il quale non viene mai nominato, è lo stesso di quella poco prima descritta? La risposta è a mio avviso del tutto negativa.

Usare un testimonial è un conto. Tacere una paternità intellettuale — per giunta attribuendola a qualcuno che magari non ha neppure la capacità di scrivere una lista della spesa senza errori grammaticali — è ben altra cosa, e per come la vedo io contamina l’idea stessa di sviluppo e fruizione culturale.

Siamo arrivati ai paradossi della nostra Italia contemporanea sulla base di queste dinamiche da mondo alla rovescia. Veline, calciatori, deputati e senatori con la terza media in vetta alla piramide sociale, e dall’altra parte, o meglio alla base, ricercatori, insegnanti e professionisti immersi nel regno dell’elettorato precario.

La logica è la stessa: in un sistema dove tutto ha un prezzo, anche il silenzio di un autore che partorisce (utero in affitto?) la sua legittima opera ed è costretto, appunto, a prostituirla, sembra essere solo una questione pecuniaria, e non di civiltà, di sensatezza, di logica e di maturità intellettuale.

Ma ciò che è peggio, a furia di trattare l’utente come un deficiente, alla fine l’utente diventa veramente deficiente. Inizia a credere che le varie fashion blogger ormai disseminate lungo le sfilate milanesi siano veramente delle blogger, o abbiano veramente scritto di loro pungo il romanzetto che troneggia nella home page dei loro siti (scritti e fatti, anche quelli, da altri); inizia a credere che i politici siano veramente a caccia di voti per fare il bene di gente che sta a centinaia e centinaia di chilometri lontano dai loro palazzi romani; inizia a credere che i rapper si mettano assieme alle top model per un amore diverso da quello tributate alle rispettive agenzie d’immagine. E tutto diventa una bolla, una grande bolla che distrugge il sapere.

Da cosa deriva tutto questo? Secondo me da un errore di fondo, che consiste nel considerare l’arte un mero prodotto, e non — come si converrebbe — un linguaggio.

Immaginate di parlare e di sentire la nostra voce arrivare da un’altra bocca. Come vi sentireste? Ecco, questo è per me il ghost writing.

Sono certo che la tutela dell’autorialità, prima ancora che degli autori, sia il primo passo per ridefinire un paesaggio intellettuale degno di questo nome.

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