Sutra del Radical Creative Problem Solving (RCPS): Introduzione Politica

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Cosa manca alla modernità? Semplice: manca un’ideologia che sostituisca le passate ideologie. Perché dico questo? Ancora più semplice: perché le ideologie oggi imperanti o sono obsolete, o si riducono a un dilagante populismo qualunquista. (Faccio presente che il miliardario Donald Trump è stato votato soprattutto da operai.)

Cosa c’entra questo con la creatività? C’entra, c’entra eccome, ma lo spiegherò più avanti. Mi manca infatti un tassello fondamentale da spiegare subito. Restiamo sull’ideologia, perché l’ideologia è importante, e la ragione è tanto banale e sotto i nostri occhi, quanto invisibile ai più.

I partiti del passato italico, quelli cioè che attraverso il compromesso democratico hanno dominato l’Italia per anni, nella più inossidabile coesione istituzionale, si basavano su solide e chiarissime ideologie. Da un lato il PCI col suo marxismo scientifico, dall’altro la DC con la presenza di un campanile in ogni città o borgo italiano, e attorno forze più classiche, come quelle liberali, o autoritarie, ma piegate alla democrazia, come quelle affini al MSI. In ogni caso, campi ideologici chiari, netti, elettoralmente inequivocabili.

Oggi invece che succede? Dopo il ventennio sostanzialmente berlusconiano, che di fatto ha continuato le politiche del già nebuloso PSI e dei suoi intrallazzi, ci troviamo in uno scenario completamente atomizzato e privo di punti di riferimento. L’estrema destra è ormai rappresentata da pulsioni viscerali, populiste, antieuropeiste, razziste, qualunquiste, del tutto sconnesse da qualsivoglia dettato ideologico. L’estrema sinistra ripete schemi certamente validi a livello di lavoro operaio salariato, ma non più riconoscibili dalle masse che avanzano. Il centro sinistra, peraltro ai suoi minimi storici, passa da una scissione a un ricompattamento per pure ragioni di calcolo elettorale. Il centro destra invoca numi tutelari liberali e liberisti, che però sembrano ormai aver conquistato tutti i partiti oltre il dieci percento o forse meno. Quanto a movimenti cosiddetti “dal basso”, come quello dei pentastellati, mi pare che dal dire al fare ci sia un oceano che ormai ha inondato ogni possibile loro credibilità operativa, quale che sia la loro buona fede.

Nessuna chiarezza, programmi claudicanti, errori su errori (quell’algoritmo della Buona Scuola!), e nel frattempo la corruzione avanza, le giovani generazioni fuggono dal paese e l’astensionismo tocca percentuali a dir poco impensabili. Insomma, una democrazia che ormai procede per inerzia. E tutto questo perché? Per molte ragioni, certo. Ma soprattutto per una…

La totale mancanza di un modello di pensiero adeguato al presente che veicoli la creazione di un partito forte, maggioritario, coeso all’interno delle sue dirigenze e all’esterno nel suo elettorato, capace di restituire un progetto ragionevole e comprensibile.

Le parole dei cosiddetti leader sono semplicemente dei diversivi. Non ci sono progetti a lungo termine, ma solo manovre di guerriglia, per spuntare singole poltrone e mantenere qualche avamposto di potere da spartire con qualche amico.

Ma attenzione. Il caos politico è specchio del caos sociale, di un mondo in cui non esiste più alcuna coesione. La base della piramide è in lotta con sé stessa, la parte intermedia la tiene a bada attraverso clientelismi e costosissime burocrazie, e intanto la punta sguazza nel caviale e nello champagne.

Se l’unico modello di pensiero valido — quello creativo e laterale — non sarà implementato come linguaggio operativo obbligatorio del lavoro di rete, e se il lavoro di rete non ricomincerà ad essere svolto tramite rapporti diretti, fatti di conoscenza approfondita e fiducia, nessun progresso potrà essere oggettivamente misurato come stabile e coerente.

A questo modello ho dato un nome: Radical Creative Problem Solving (RCPS), un codice che aggiunga al concetto di creatività quello di radicalismo. Ma non il radicalismo dell’estremismo. No, il radicalismo delle conseguenze di un esercizio costante della creatività.

 

Tra Caos Management e Magia

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mandalapentaSe chiamo “magia” tutto ciò che mi appare, più che impossibile, difficile, raro, frutto di congiunture complicate da realizzare, ecco che la stessa parola — che pure possiamo usare diffusamente nel linguaggio corrente e distratto — assume un significato sinteticamente concreto.

Facciamo un esempio. Cosa si potrebbe fare avendo a disposizione una cerchia di collaboratori perfettamente in linea con un sistema di valori, di procedure, di priorità, al punto da risultare perfettamente in grado di implementare non contrattualmente delle disposizioni che potrebbero, nella normalità, essere gestite solo attraverso complesse produzioni contrattuali, ammessa e non concessa l’oggettiva possibilità di redigerle? Riflettiamo un attimo. Questa chilometrica perifrasi che ho utilizzato potrebbe essere riassunta da un’espressione ben più corta: controllare il pensiero di un individuo. Una magia, appunto. Una cosa impossibile, che suona peraltro piuttosto incivile. Eppure, nella perifrasi che ho usato, i singoli passaggi sono teoricamente possibili. Difficili forse, rari, ma possibili.

A questa intersezione complicatissima posso dare il sintetico nome di “magia”, appunto, per concentrarmi sulla sua complessa realizzazione. Sappiate però che questa “magia”, che nelle aule di discipline economiche aziendalistiche viene riassunta in una precisa domanda — si può ingegnerizzare la cultura in un’organizzazione? — costituisce una delle chimere più ambite per qualsiasi manager. Stare in un team dove il suo pensiero possa essere seguito da tutti senza bisogno di convincimenti o spiegazioni. Dittatura? Gerarchia spinta? Certo, questi strumenti sono quelli della spicciola e bieca realtà. In un mondo che potesse in qualche misura agevolare la libera circolazione di quelle che potrei chiamare energie magiche, che non hanno nulla di soprannaturale, ma alludono alla semplificazione, alla caduta dei pregiudizi, alla crescita dell’intelligenza, dell’acume, della sensibilità, della capacità di ascolto e della creatività, ebbene, queste sequenze magiche potrebbero rendersi meno impossibili.

Nel caos del presente, il management globale dovrebbe nutrirsi di magia. Di quella magia che ho appena descritto, però, fatta di attenzione e miglioramento. In questo campo magico la (chiamiamola) trasmissione naturale del pensiero sarebbe, se non perfetta, almeno molto più probabile.

Hermes e la Radice Esoterica della Didattica Esperienziale

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ermeteHermes, o Ermete, divinità greca che ha in Mercurio il suo parallelo latino, quest’ultimo condiviso con gli Etruschi da cui discende anche la donna che ho sposato, vanta un gemellaggio illustre con l’antico egizio Thot, che dunque rinsalda quel sottile percorso sotterraneo che unisce tutta quella tradizione che appunto ermetica è stata denominata alla lontanissima alchimia iniziatica dei costruttori delle piramidi.

Ebbene, quello lì, Hermes, o Thot, o Mercurio, o per gli amici Ermete, che a guardarlo sembra un supereroe, non è una figura da poco. Al contrario rappresenta un paradigma tra i più fascinosi.

Deità certamente minore, con quel cappello da portalettere e quelle fumettistiche, minuscole ali alle caviglie, presenti anche nel già citato copricapo come segno distintivo dell’essere messaggero, alla luce della storia che a vario titolo lo ha, come dire, preso come privilegiato ispiratore, egli ha in fondo disegnato una via più radiosamente intrigante di qualsiasi altra: la via — ma dovrei dire il sentiero boschivo, fresco e pervaso da effluvi balsamici — del complotto sotterraneo, del segreto, dell’invisibile che produce il visibile, o più genericamente del fascino che esercitano su tutti noi le situazioni che solo raramente, magari per congiunture del tutto casuali, affiorano fugacemente cadendo nella sfera della percezione.

Ermete è portatore di una vera e propria filosofia d’azione. Curiosamente, la sua collocazione solo apparentemente anti-scientifica in quanto anti-apollinea (sia Pan che Priapo venivano considerati suoi figli), inducendoci a cercare la radice secretata e nascosta di qualsivoglia banale fenomeno ci spinge all’esercizio della più raffinata metodologia sperimentale. Se da un lato Ermete viene raffigurato come un ladro, gentile e scaltramente sinuoso alla pari di un Arsène Lupin del mondo antico, dall’altro sembra suggerire la prassi analitica e riflessiva di un perfetto Sherlock Holmes, riproponendosi di fatto come emblema, se non della scienza vera e propria (certamente più luminosa), almeno della ricerca della conoscenza.

D’altra parte, il dettato scientifico parla (e giustamente) all’umanità tutta; quello ermetico, invece, al singolo individuo. Quelli che potremmo definire iniziati sono idealmente inclusi in un novero che ha in comune solo l’iniziazione, cioè il fatto di aver varcato — a vario titolo e in molti modi — le colonne d’Ercole di almeno uno stadio della conoscenza esoterica. Per il resto, ciascuno di loro è diverso dagli altri. L’ermetismo, in altre parole, germoglia nel singolo in modalità del tutto uniche, che rispettano appieno la naturale unicità e irripetibilità del soggetto. Egli è l’emblema operativo della conoscenza esperienziale. Non per niente, oltre ai poeti e ai commercianti, Hermes proteggeva anche gli sportivi. Da questo punto di vista la sua azione si legava già dall’antichità al corpo, al suo movimento e al suo esercizio.

Ecco dunque che Hermes diventa possibile metafora dell’insegnamento, specie di quello che mette di fronte il singolo maestro al singolo allievo. Si tratta di esplicitare una transazione, un trasferimento, un contratto gnoseologico, che però non si basa sul semplice spostamento di una certa conoscenza tra due soggetti. Al contrario, ciò che si viene a creare è una simbiosi momentanea di carattere alchemico, che trasforma senza snaturare, che sviluppa senza distruggere. Un processo di coaching, diremmo ai giorni nostri: “coach” significa infatti “carrozza”, strumento di traghettamento di un soggetto, veicolo per lo svolgimento di un viaggio. Non per niente Hermes era anche colui che proteggeva i viandanti e i viaggiatori.

Nella sua natura singolare, furtiva e appunto iniziatica, Hermes costituisce a mio avviso una delle più straordinarie metafore dell’applicazione del metodo creativo — direi radicalmente creativo — alle questioni del reale. In questo senso, la sua comprensione strumentale e concreta rappresenta una fonte inesauribile di ispirazioni.

Una Difesa dell’Esoterismo

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tetragramma unoLe masse indifferenziate, nutrite a complottismo e ad annacquati romanzetti su sette segrete e poteri forti (parlo ovviamente di Dan Brown, e non certamente di Umberto Eco, che nel capolavoro Il Pendolo di Foucault illustra anzi alla perfezione quanto l’esoterismo, masticato ovvero deformato dall’umana mediocrità, possa generare mostri o più frequentemente farse demenziali), di fronte all’idea che possano esistere forze occulte in grado di collocare uomini ai vertici del potere si indignano, si agitanto, fanno baccano.

Forze occulte? L’espressione mi suona curiosa, o meglio mi suona curioso lo stupore che la accompagna. E la ragione è banale: noi siamo circondati da forze effettivamente occulte, che si chiamano partiti politici, organizzazioni che non solo fanno esattamente la stessa cosa, ma la spacciano per pubblica e trasparente attraverso l’azione sedativa del bombardamento mediatico.

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Forse che i partiti sono meno pervasivi a livello nazionale e internazionale, meno organizzati in distretti territoriali, meno gerarchici della Massoneria? Con questo non voglio parlare male della forma partitica, e ci mancherebbe. Ma quanto alla fenomenologia partitica, qualche parola sarebbe da spendere. Sono forse pubbliche le trattative per la scelta del nome di un sindaco o di un ministro? Non credo proprio. I partiti, semplicemente, sono più furbi, perché sanno che all’onesto silenzio di chi parla poco e fa tanto le masse bovine preferiscono il bifrontismo, la parola spesa (o meglio sparata) ai soli fini elettorali, lo slogan che, illuminato dal sole accecante dell’emittenza televisiva, produce quella lunga linea d’ombra che nasconde ciò che la politica è veramente: una congregazione più che segreta di personaggi quasi sempre mediocri. Hanno capito, cioè, come ragiona o sragiona l’italiano medio.

Insomma, i partiti politici, specie se graditi all’elettorato, altro non sono che tante società de facto segrete, con una facciata pubblica che giornalmente si permette di smentire la parte secretata. La storia — Mani Pulite docet — ci dice chiaramente che la loro azione ha fatto danni la cui somma supera di gran lunga quella a carico di tentati golpe e cricche di finanzieri che l’immaginario pubblico ha sempre visto come incappucciati. Per anni sono riusciti a incamerare rimborsi ingiustificati, mazzette, tangenti, alimentando un sistema — quello sì, occulto, ma oltre che occulto vergognoso — di raccomandazioni, nepotismi, incarichi antimeritocratici, compravendita di posti statali in cambio di voti, e chi più ne ha più ne metta. Ma non solo: una volta spazzati via dalla giustizia, si sono ricostituiti con altri nomi, tornando al potere e consegnandoci un paese devastato dalla disuguaglianza, dalla crisi economica, dalla fuga dei giovani e da un debito pubblico che per un abbondante ventennio ha riempito le loro tasche e mantenuto le loro aziende private e le loro banche.

Altro che messe nere…

Tornando alla già (ovviamente) citata Massoneria, c’è da dire che essa è oggi semplicemente l’associazione (chiamiamola) segreta (pur essendolo fino a un certo punto) più radicata a livello storico e percettivo. Storico, perché ha trecento anni sulle spalle. Percettivo, perché nel bene e nel male la vicenda di Propaganda Due — che, ci tengo a precisarlo, sarebbe tranquillamente potuta derivare da rami impazziti del Rotary o di Confindustria — unita alla parte strettamente rituale ed esoterica, che incuriosisce per forza di cose (come le sale a luci rosse negli anni Settanta), ha prodotto una miscela esplosiva di confusione, imprecisione e scarsità di acume interpretativo.

L’esoterismo può portare al successo? Non saprei. Forse sì, nella misura in cui l’esoterismo possa costituire un interesse forte collegabile attraverso un percorso razionale (ebbene sì, razionale, perché l’esoterismo è un’Arte, e non vi è nulla di irrazionale nel pensare in senso artistico, anzi…) al miglioramento di sé stessi e del mondo che ci circonda. Ma tante altre pratiche allora possono portare al miglioramento e dunque al successo: l’inglese, il management, la palestra… In generale è l’uomo e il contesto che lo circonda a portare al successo. Ho saputo di parecchi politici che si sono affiliati ad una loggia di liberi muratori per scopi non strettamente esoterici (vedasi quanto detto sui partiti) e ne sono rapidamente usciti, in tutta evidenza delusi. Se è per questo ho visto un aspirante sindaco di Padova frequentare assiduamente le riunioni dei Lions, senza per questo riuscire ad essere eletto.

La verità è che il nostro mondo è complesso. Molte forze sono in lotta tra loro. Nuovi imperi, nuove aggregazioni, nuove accumulazioni di potere. Cosa sono in fondo le cooperative, i circuiti sportivi e culturali (con le loro tessere e le loro eloquenti partnership), le già citate organizzazioni internazionali che operano attraverso lo strumento del club e del distretto territoriale, ma anche le singole aziende con oltre cento dipendenti, le emanazioni di questa o quella multinazionale, nonché le fondazioni bancarie e certe associazioni di categoria, se non nuove forme di logge massoniche semplicemente private della parte esoterica? Fino a prova contraria, l’unità d’Italia — piaccia o meno — è un fatto massonico francese e torinese. Se dobbiamo imputare un reato alla Massoneria, questo reato è la nazione stessa. Se dobbiamo tributare un merito ai partiti politici, questo merito è la sua distruzione.

Da questo punto di vista, cioè alla luce di questo caos che in troppi chiamano trasparenza, l’esoterismo massonico puro, la ritualità, il simbolo, la ricerca del sé attraverso la silenziosa e profonda riflessione su forme e idee, geometrie e concetti, mi appaiono come unici e trasparenti affluenti del fiume ideale che possiamo chiamare fratellanza o libertà.

A Prescindere dalla Forma

Opinioni, Poesia

Quanto alla poesia ne ho un concetto molto preciso, che si discosta di parecchio rispetto al senso comune, o per meglio dire alla consuetudine contemporanea.

Se oggi la poesia è concepita come “cosa che accomuna” un novero sempre troppo largo di cosiddetti scrittori — dalle adolescenti che scrivono i loro versi idioti (o peggio, banali) nei telefonini, ad attempati versificatori vincitori di concorsi, passando ora per casalinghe annoiate, ora per avanguardisti di mezza età che rifanno il verso a improbabili futurismi — per me la giusta prospettiva sta da tutt’altra parte. Dire di uno che è un poeta non significa per me un bel nulla, esattamente come non significherebbe un bel nulla dire che Johann Strauss era uno scrittore di valzer e mazurche. Johann Strauss era un musicista, punto e basta. Il fatto che scrivesse soprattutto valzer e mazurche non giustifica l’opportunità di considerare una semplicissima forma — nel nostro caso, la poesia — come una bandiera d’appartenenza, una filosofia, un partito o altre categorie che supportano l’organizzazione di premi letterari, feste, cene e manifestazioni cariche di noiosa vacuità.

Se raccolgo tutti gli oggetti di un certo colore che ho sotto mano sto forse ottenendo un insieme di oggetti che hanno in comune qualche caratteristica intellettualmente rilevante oltre l’irrilevante e certamente non intellettuale caratteristica della suddetta appartenenza cromatica? No, ovviamente. Un accendino rosso e un frullatore rosso sono due oggetti rossi e basta. Eppure la gente continua imperterrita a organizzare raduni di gente con qualcosa di verde o blu in tasca, sperando forse che questa azione dadaista possa avere un certo risultato. Per vedere, insomma, l’effetto che fa.

Quanti cosiddetti eventi culturali vengono promossi per vedere l’effetto che fa?

Chissenefrega dell’essere poeti. Chiamiamoci piuttosto intellettuali, non vi pare? Il dire qualcosa ha a che fare con l’autore, non con la forma che l’autore utilizza.

Detto questo, leggetevi il mio Anni Luce

L’Horror Poetico e Onirico di Massimo Volta: Recensione di “Nona”

Opinioni

A distanza di (troppo) tempo sono riuscito a mettere le mani, o meglio gli occhi, su questo cortometraggio ad opera di Massimo Volta, antica conoscenza liceale, ora ben giustamente affermato regista e fotografo. (La conoscenza di cui sopra era mediata, come spesso accade, da una band altrettanto liceale con la quale abbiamo vissuto una rapidissima ma intensa stagione di cazzeggi a base di cover dei Doors e affini. Ma questa, come nei radiosi e oscuri anni Ottanta si sentiva dire, è un’altra storia…) Ora, non voglio soffermarmi più di tanto sui passaggi che hanno condotto Massimo sulle orme di Stephen King e dell’omonimo racconto ispiratore dell’opera. Google, per questo, andrà benissimo. Quanto a me e all’ipnotico cineforum privato che lo stesso Volta mi ha concesso (ovviamente con una pizza di pura celluloide in edizione limitata, recapitatami direttamente da un corriere asiatico), sappiate che mi concentrerò solo e unicamente su quanto questi occhi hanno visto e queste orecchie udito (o viceversa).

Iniziamo dicendo due cose semplici semplici: la prima è che Nona è senza troppi giri di parole un’opera di rara bellezza, che presenta dettagli di una sostanziale unicità che tra poco spiegherò; la seconda — Massimo, fammi pure causa — è che contrariamente a quanto potete immaginare, non si tratta di un horror, e visto che quest’ultima considerazione avrà fatto rovesciare la Pepsi sui jeans di molti lettori, mi accingo a dettagliarla da subito.

A parte il banale sangue, comunque sempre “romantico e letterario”, ergo lontano anni luce dalla vernice fluorescente dei vari Suspiria e Profondo Rosso, e a parte anche un finale in certo senso “a sorpresa” (ma troppo delicato e poetico per essere appartenente ai finali dionisiacamente e scurrilmente a sorpresa degli autentici horror), posso affermare con assoluta certezza che l’impressione fisica e intellettuale di quest’opera è tutt’altro che appartenente alla cinematografia di genere. Il “genere”, nella sua accezione tipicamente statunitense (appunto da finale a sorpresa, con tutto il rispetto), è qui piegato ai voleri di un nume ben più alto.

Certo, nella storia si respira King in tutto e per tutto. Ma non è forse lo stesso King, diciamocelo, ad essersi molto spesso emancipato dal puro e semplice horror, abbandonandosi alla più poetica nostalgia dell’esistenzialismo? Pensiamoci un attimo… Cos’è Shining se non una metafora sulle dipendenze da sostanze e sui rapporti tra famiglia e società? Cos’è L’Ombra dello Scorpione se non un romanzone sociologico molto più fanta-catastrofico che, appunto, orrorifico? Come detto, in questo corto affiorano dettagli che in qualche modo sembrano sancire l’ipotesi di lavoro che Volta ha scelto per la sua versione del racconto: riassumendo da interviste, Nona come una sorta di viaggio crudele e folle guidato da una deità minore, crudele e beffarda. Ma la realtà supera anche gli intendimenti meramente operativi dell’autore (come spesso, o sempre, accade).

In definitiva, infatti, l’output strettamente cinematografico è a mio avviso perfettamente sovrapponibile allo spirito dell’originale kinghiano, appunto rappresentato qui nella sua dimensione più interiore, dubbia, ambigua e intensamente onirica: il racconto di un “probabile” folle, come negli illustri e antichi classici (penso a Maupassant) rivisitati però in feroce viaggio americano lungo le vie della violenza sociale. Possiamo intendere la “femmina” Nona, cioè il “mostro” di turno, come reale o come metafora, come demone o come effettiva proiezione della catatonica disintegrazione del protagonista. Ma importa poco, tanto sulla carta quanto nella versione finale. Importa poco, perché Massimo Volta qui costruisce di fatto, fotogramma per fotogramma, una fiaba crudele che funziona in quanto tale al di fuori di qualsiasi concretezza; fiaba crudele, appunto, anche se stranamente tenera e per certi versi impalpabile; una fiaba sulla solitudine, sul disagio, sul viaggio che diventa appunto follia e autodistruzione, narrata con magistrale bravura lungo le scie di un plot orrorifico che è mezzo e non fine.

Detto questo, veniamo a ciò che mi è piaciuto maggiormente.

Innanzitutto la fotografia. Dico una banalità? Forse, ma una cosa è certa: Massimo Volta, di professione credo più fotografo che regista (suppongo comunque per ragioni più quantitative che qualitative), sfrutta qui al meglio tutta la sua peculiare sensibilità, come dire, strettamente ottica. Però la magia non è identificata da una solitaria e autocompiaciuta prassi virtuosistica. Al contrario, la sua regia è perfetta in quanto, paradossalmente, invisibile, immobile, totalmente sfumata nella storia, senza eccessi, minimale senza essere banale. Insomma, un mix perfetto di narrazione e invenzione visuale. Ma non parlo di alta definizione dell’immagine (che spesso è bassa definizione del messaggio). No, parlo di tutt’altro, e mi spingo a dire che qui lui ha di fatto inventato un nuovo genere: quello del cortometraggio fotografico, passatemi la perifrasi di certo inadeguata per descrivere il senso di leggerezza intensamente letteraria che trasuda dalle immagini.

Nona non scorre come una buona narrazione con belle immagini di contorno. Accade l’esatto contrario: la storia è un flusso di percezioni visive del tutto coerenti, cucite insieme tramite una regia attentamente devota all’equilibrio delle immagini stesse. In altre parole, Nona è una specie di poema fotografico di immagini in moto: un poema che potrebbe appartenere alla beat generation, anche se mediato dalla penna nostalgica di King e della sua America crudele.

Altra cosa che mi è piaciuta, la colonna sonora del bravo Henoel Grech, musicista che in questo specifico lavoro (a parte certe committenze metal, peraltro perfettamente calate nel tessuto narrativo) si tiene giustamente nei toni del puro commento ambientale, della punteggiatura dai tratti minimalisti (vicina a certi lavori altrettanto cinematografici di Terry Riley), del tappeto sonoro appena accennato, e via discorrendo, lungo una tessitura di invenzioni che nella loro delicatezza costituiscono la speculare versione sonora dello stile di Volta stesso.

Quanto agli attori, tutti straordinari — anzi, folgoranti — oltre ogni aspettativa. Punto e basta.

Insomma, un corto che usa l’horror per andare ben oltre l’horror, e per certi versi anche ben oltre la stessa pagina di King. Un’opera che auspico possa essere proiettata non solo nei festival “di genere”, ma anche — e a mio avviso, a questo punto, soprattutto — in quelli che parlano a vario titolo di arte visuale, di fotografia, oppure di società, o più in generale di umanità.

Sono certo che il Re sia rimasto molto soddisfatto del lavoro di Massimo. D’altra parte, anche se non lo fosse stato (Stanley Kubrick docet), lo sono stato io, ed è questo quello che conta veramente. O sbaglio? Grazie Massimo per i quaranta minuti circa di puro rapimento che mi hai regalato, e chissà, magari avremo modo di riunire anche solo per un attimo i Sensual Fingers e intonare Light My Fire

Tra la Britannia Televisiva e i Kraftwerk

Musica

Certo folklore germanico qui si ripropone, mediato da un’elettronica che ricorda (abbastanza ovviamente) i migliori Kraftwerk delle origini. Sempre un grazie alla straordinaria etichetta indipendente che rende possibili questi veri e propri viaggi non solo musicali, ma sensoriali e cinetelevisivi, sia pure con lo sguardo della mente.

ToiToiToi is the work of Sebastian Counts, a well-respected Berlin based conceptual artist. Carefully coaxed and sculpted from electronic, acoustic and sampled sources, his inventive, detailed electronica is witty and evocative. It draws inspiration from folktales, forgotten European TV titles and outdated ethnographic & travel documentaries.

ToiToiToi — Im Hag | via Ghost Box

Al Castello di Gorizia tra Musica Antica e Altri Splendori

Diario

In viaggio con la moglie, tra terme (Grado), monumenti (Redipuglia) e altre bellezze del territorio tra Italia e Slovenia (Aquileia, Gorizia). In questo caso non posso fare a meno di riportare questo bel video (della stessa moglie), precisando che la musica di sottofondo appartiene a questo pregevole progetto artistico.

Degno di nota, il gelato mela e zenzero che ho preso ad Aquileia, dove mi vedete ritratto in uno dei celebri ritratti, sempre della moglie.

foto aquileia phil

Riflessione Filosofica sul Blogging Poi Ridimensionata a un Rapido Metodo

Diario, Opinioni

Di cosa mi interesso io? O per meglio dire: di cosa si interessa Filippo Albertin? O per dirla ancora meglio: di cosa si interessano entrambi e che cosa hanno o possono avere in comune? Da tempo mi pongo queste domande, e da tempo, essendo io (anche) un blogger, immagino di dare una risposta attraverso un post dedicato. Questo dovrebbe essere quel post.

Ma poi mi sono detto che non può essere un post a riassumere tutto ciò. Perché un blog dovrebbe rendere l’idea generale attraverso un tripudio di oggetti particolari, minimi, regolari, aventi a che fare con dettagli del pensare e del muoversi dell’autore.

Quindi scriverò post molto più brevi e frequenti.

(Come mai tutto quello che amo mi appare sotto forma di scorcio di città?)

Ritorna “Anni Luce” (edizione riveduta e ampliata)

Poesia

La forma “raccolta”, e più nello specifico la raccolta di testi poetici, allude implicitamente a un remix, a una lista, quindi a una modalità che ricorda da vicino altre morfologie di altre forme d’arte: basti pensare alla musica, agli album e (soprattutto) a quelli che oggi chiamiamo concept album.

Ebbene, questa raccolta segue esattamente tale logica compositiva, specie nella sua ultimissima versione. La immagino come una sorta di antica musicassetta, da ascoltare con lo sguardo prima ancora che da leggere.

Filippo Albertin author page

Cosa Penso della Cultura Libresca

Opinioni

Un tempo la cultura godeva di una positiva invisibilità. Prima di essere deliberatamente ricercata e individuata, giaceva silenziosa e discreta all’interno di scatole chiuse chiamate libri, opportunamente trattenuta tra pagina e pagina come in un labirinto fatto di richiami e riferimenti da scoprire. Oggi, al contrario, tutto tende a porsi come entità sensibile e fragorosa, e da questo tutto informe e caotico la stessa cultura rischia di essere fagocitata. L’omologazione espressiva, un tempo sostanzialmente impossibile, o comunque confinata per le ragioni viste, sembra essere il diretto corollario di questa nuova ritmica di proposizione alle masse. Gli stessi libri oggi nascono dal nulla e non dicono nulla, per il fatto di essere pure copertine da vendere grazie all’effetto trainante di un nome o di un marchio. Il lavoro sporco di una scrittura standardizzata viene svolto da manovali senza alcuna tensione autoriale. Ciò che conta è urlare la bellezza e importanza di un volume che evidentemente non ha né il tempo né la possibilità di dimostrare sé stesso.

Ecco perché ricerco con questa passione la carta dimenticata, il pensiero incuneato nei meandri di librerie a loro volta dimenticate o inusitate. Lungo questo genere di scaffali, questa letteratura si accumula nel solo modo in cui può accumularsi, ossia caoticamente e senza una logica che porga contemporaneamente quantità e buona catalogazione. Singoli titoli di collane smembrate, miti inarrivabili accanto a banalità. Difetto piuttosto comprensibile, per testi che arrivano ormai non si sa per quale recondita triangolazione con il remoto passato. In questo modo ricostruisco le classiche storie che hanno preso altre vie, e che in quanto tali possono ancora dire molto, o tutto.

Continua il Corso Workshop di Songwriting a Vicenza

Formazione, Musica, Progetti

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Ricordo a tutti che il corso di tastiere e songwriting iniziato qualche tempo fa a Vicenza, presso la sala prove del Centro Giovanile Tecchio, continua sempre sotto forma di workshop permanente di songwriting creativo. Non occorre aver partecipato agli altri incontri. Tutti i nuovi arrivati avranno modo di apprendere, confrontarsi, giocare con gli altri e costruire con il mio apporto il proprio personalissimo percorso di espressione creativa.

Ogni mercoledì, dalle 17.30 alle 19.00, vi aspetto. Nota bene: Per garantire il migliore servizio pregasi contattarmi via mail per prenotare la propria presenza.

filippoalbertin@gmail.com

X-Files e il Primato Narrativo del Vintage Televisivo

Varietà

Un incontro perfetto? Non ho alcun dubbio. Se dico Fox Mulder e Dana Scully, voi che mi dite?

5871b_fx-xfiles-b-tcftd-all-rights-reservedPerché X-Files è una serie televisiva grandiosa? Semplice: perché è esattamente quel che dice di essere, con pochissimi elementi semplici, essenziali, e straordinariamente “seriali”, nel senso di positivamente ripetitivi nella struttura di ciascun episodio.

Avete presente le interminabili uscite filmiche degli X-Men (guarda caso, assonano, ma solo in superficie)? Ebbene. Perché mi fanno sostanzialmente schifo? La ragione replica la banale considerazione di cui sopra: NON SONO FUMETTISTICI. Ovvero: Si presentano come film che derivano da comics, ma nulla hanno del fumettismo che li ha generati. Se li osserviamo ci rendiamo conto che la parte “di genere” è in realtà un contorno allo psicodramma spicciolo che viene di volta in volta snocciolato. Non per niente, se lo notate, la componente effettistica è sempre più sacrificata rispetto al banale adagio “X-man di turno uguale emarginato sociale”, punto, fine, stop. Questa cosa, tanto per fare un esempio noto, non accadeva minimamente nella serie dei Men in Black, che invece conservava una verve fumettistica pazzesca.

Ecco, X-Files – giova comunque ricordarlo, serie nata in un momento che ancora risentiva delle estetiche “narrative” degli anni Ottanta – è grande perché riesce a mantenere la barra di comando ben dritta nella tradizione seriale americana televisiva (ricordiamo Alfred Hitchcock Presenta, Ai Confini della Realtà, eccetera…), unendola a due personaggi semplici, composti, senza recitazioni urlate (quei Librarians, per favore, fateli tacere) e senza scivoloni nella sit-com.

La struttura delle puntate è assolutamente statica, e riconosciamo uno stile perfettamente funzionale al racconto nel suo genere, che, ricordiamolo, è il fantastico. Una quieta esposizione di fatti strani, una prima sequenza di investigazioni, un fatto che determina una svolta, uno sviluppo, una risoluzione finale con elementi di apertura, finale a sorpresa o ambiguità. Cose semplici, essenziali, perfettamente funzionanti.

Dalle 17.30 so cosa guardare…